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DALLA STRADA

di Giovanni Ciucci

 
L’esigenza di confrontarsi con lo spettatore pone all’artista il problema di rendere visibile il più possibile il proprio lavoro. Se le gallerie e le istituzioni latitano, la strada e il suo flusso continuo di persone, auto, rumori, voci, musiche diventano potenziali laboratori multimediali sterminati. Questo approccio artistico al tessuto urbano si sviluppa maggiormente dalla fine degli anni Settanta, e approda ai giorni nostri con riconoscimenti anche da parte dei luoghi tradizionalmente deputati all’arte.

Le generazioni di artisti che si sono misurati con il Graffiti Writing, o la Street Art in senso più globale, sono portatori di una cultura underground, che originariamente fa capo alle comunità statunitensi vicine all’hip hop, ma anche vicine allo skate, al surf, al punk, all’hardcore, al fumetto…
La sottocultura si nutre di nuovi mezzi divulgativi (murales, fanzine, sticker art, stencil-graffiti, proiezioni video, film a basso costo) e trova linfa vitale anche dalla scena musicale, attraverso bands, DJs (turntablism, mc-ing, dj-ing) o esibizioni quali la danza breakdance. L’attitudine alla base di tutte le sfaccettature del fenomeno si riassume nel ‘do-it-yourself’, in altre parole nella capacità di inventarsi le soluzioni più disparate, spesso economiche, per realizzare le proprie opere ed esprimere una condizione socio-culturale altrimenti (più o meno volutamente) emarginata e, quindi, destinato all’oblio.
Il fenomeno del Graffiti Writing raggiunge una prima maturità stilistica con gli anni Ottanta in stretto contatto con la cultura hip hop nascente, e con l’emergere della figura dell’MC che usa il ‘rapping’, il parlato in sincrono con le basi ritmiche (beats). Tra i primi a raggiungere il successo, e ad essere considerati originatori dello stile, sono gli Herculoids, composti da DJ Kool Herc, Coke La Rock, Timmy Tim e Clark Kent. Il nuovo approccio deriva dalle origini giamaicane di DJ Koll Herc, per il quale diventa essenziale, e allo stesso completo da un punto di vista musicale, il ricorso alla semplice batteria e basso. In particolare il basso giamaicano possiede un registro di toni molto gravi, mentre la batteria deve rimanere in evidenza, per mantenere il groove del brano.

Elemento connaturato al deejaying è il ‘cuttin' & scartchin', ossia l’uso della puntina del braccio del piatto (del giradischi) come strumento musicale-percussivo, in grado di manipolare il suono del vinile, al quale si affianca la danza di strada denominata break dance, appunto il ballo acrobatico dei B-Boys sopra i breaks dei DJs. Insieme al Graffiti Writing, sono queste le prime espressioni della subcultura proveniente dalle gangs di afroamericani e di portoricani, le cosiddette crews, che vivono nel South Bronx di NY. Questa diventa, perciò, l’espressione diretta della strada, che va letta nel suo insieme audio-visivo, basti pensare che molti writers intervengono sui muri, piuttosto che sui treni, indossando le cuffie del walkman, facendo di tutto questo contesto culturale un riferimento continuo, nonché un vero e proprio stile di vita, centrato sul rispetto e sulla ricerca di una nuova comunicazione e socialità.

Se nella seconda metà dei Settanta negli Stati Uniti prende forma la cultura hip hop, in Europa sta nascendo un altro fenomeno, che con la sua onda d’urto avrebbe fatto parlare molto di sé negli anni a venire, il punk. Tralasciando la diatriba sul luogo di origine della cultura punk (USA o UK) resta il fatto che la miccia mediatica viene accesa all’interno del circuito musicale inglese.
Nel 1977 un gruppo di ragazzi dell’Essex comincia un percorso inizialmente musicale, che poi finirà con l’assumere connotati assai più ampi. Stiamo parlando dei Crass, una band osteggiata in patria che ha comunque realizzato, oltre che dischi e video, anche interventi di stencil-graffiti. Alcuni componenti provengono dal circuito artistico delle performance d’avanguardia, e trovano in quel preciso momento storico le condizioni per attuare un’operazione su più larga scala, seppure con mezzi esigui.
Cominciano ad utilizzare lo stencil-graffiti per lasciare messaggi nell’area della metropolitana di Londra, diffondendo il proprio logo, oppure utilizzando altri simboli, appositamente creati, in grado di sintetizzare il loro pensiero. Diversamente dalle prime esperienze hip hop di NY, si può notare come a Londra gli interventi nell’ambiente urbano non abbiano richiami all’abilità esecutiva dell’autore, anzi sono scritte e messaggi, politici o di critica sociale, dove non ha importanza il singolo individuo che le realizza, bensì il collettivo e gli intenti che lo reggono. I Crass adottano anche altre forme di propaganda, rigorosamente autoprodotta, che consistono nel comprare spazi sulle testate nazionali, distribuire flexi disc come allegato a riviste, realizzare alcuni video, films, grafica degli albums, collages. Promuovono e producono circa settanta altri artisti, inoltre il gruppo ricorre anche all’attivismo politico.
Appare evidente quanto le ricerche sulla soluzione visiva e musicale si intersechino continuamente, portando a qualcosa di inscindibile, dal momento che ogni volta che viene visto il logo (spray stencil-graffiti) dei Crass, nelle strade o su migliaia di giubbotti di pelle nera, inevitabilmente si prende atto della loro capacità divulgativa, in grado di utilizzare anche un campo di azione diversificato. Si tratta, in ultima analisi, di un percorso che ha tenuto conto della lezione Dada e della performance art, attraverso una personale rilettura in grado di evocare la realtà più cruda della strada, quanto il suo degrado sociale.

Una forma di Street Art finora poco documentata è quella dei flyers (locandine, poster) che documentano le gesta di hardcore bands americane. Eppure questi rappresentano i documenti grafici di un momento particolare della musica americana, che, attingendo dalla tipica urgenza punk, produce sonorità estreme in risposta al declino dell’esperienza new wave, ormai integrata nei meccanismi discografici ufficiali. Come per la fase più matura del punk, l’hardcore predilige la produzione indipendente e mostra una precisa presa di posizione politica di dissenso. Il momento florido di questa esperienza si sviluppa dalla fine dei Settanta alla prima metà degli anni Ottanta e genera bands pressoché in tutte le maggiori città americane. L’uso del flyer permette di divulgare eventi, spettacoli e concerti in maniera pressoché libera da parte degli organizzatori, soprattutto se questi non hanno i mezzi per acquistare spazi nei giornali locali. Da semplice mezzo di promozione di concerti hardcore, le locandine diventano un modo per esprimere, nel contesto urbano, un senso di appartenenza ad un determinato circuito musicale, o più in generale uno stile di vita ai margini del pensiero dominante.
Successivamente queste espressioni grafiche, spesso molto dirette e d’effetto, sono entrate nella sfera di interesse dell’arte ufficiale, basti pensare ad un artista come Raymond Pettibon, che partito dalle copertine di albums dei Black Flag, oltre che iniziale componente della band, diventa una figura rinomata nella scena artistica contemporanea. La sua formazione universitaria è in campo economico, infatti insegnerà matematica nelle scuole superiori, prima di venire coinvolto dal fratello Greg Ginn, fondatore dell’etichetta discografica SST Records, nel campo della grafica e dell’arte fortemente politicizzata, appunto associata all’allora nascente fermento hardcore punk.

Negli anni Novanta un graffiti writer di base a Bristol alterna il suo intervento sui muri della città, con l’interesse per la musica. Robert Del Naja crea, quindi, un gruppo di musicisti e vocalists col quale collaborare in campo musicale, e nel volgere di qualche anno comincia un’avventura che influenzerà molta musica di quel decennio. Con questa band, dal nome Massive Attack, prende forma un nuovo genere musicale, dalle componenti eterogenee, che seppur legato alle peculiarità dell’hip hop predilige tempi più lenti (down beat), introducendo influenze provenienti dal soul, dal reggae, dall’acid jazz, dal dub, dall’elettronica in genere, unite ad un forte coinvolgimento emotivo delle parti cantate. Del Naja quando successivamente comincerà ad esporre nelle gallerie, affiancherà all’allestimento dei dipinti il proprio live dj set.

Nel trip hop si alternano tipologie diverse di canto, passando dal rapping al soul, al rasta style, al funky, ecc. con enorme disinvoltura, rendendo le barriere tra i generi davvero sottili e mantenendo un suono tendenzialmente minimale, seppur pieno e coinvolgente. Basti pensare all’inizio del brano ‘Safe From Harm’ dell’album di debutto dei Massive Attack ‘Blue Lines’, e quanto la sola base del basso e batteria, tra il funk e il dub, riesca a caratterizzare la matrice stilistica che caratterizzerà la produzione di altre formazioni.
Nella stessa città di Bristol si muove un altro graffiti writer, destinato a diventare famoso in tutta l’Inghilterra: Bansky. Il suo stile è tradizionalmente lo stencil-graffiti, dai toni critici nei confronti della divulgazione delle informazioni da parte dei mass media, esprimendo un punto di vista alternativo a quello generalmente assimilato. Lo stesso Bansky ha contatti con la scena musicale, per la quale realizza copertine di album e grafica.
Va rilevato che anche la skate culture si esprime col graffiti writing, soprattutto dal momento in cui l’hip hop comincia ad avvicinarsi a questa disciplina, la quale è sinonimo del ‘vivere la strada’, unendo il brivido di saltare pericolosamente su muretti, o altri ostacoli urbani, con il puro divertimento. Lo skater spesso si lancia nelle sue acrobazie indossando le cuffiette, ascoltando musica che può spaziare dal rap al punk e al metal.
Ciclicamente nel corso dei decenni si rileva uno spostamento di azione di alcuni writers dalla strada alle gallerie, al settore della grafica, o della moda, producendo esperienze creative che passano sotto il nome di Post-Graffiti. Mantenere il legame con la strada non è sempre facile, perché subentrano nell’operato degli autori nuovi meccanismi di mercato e di urgenza espressiva. Taluni, comunque, alternano al nuovo corso espositivo nei circuiti ufficiali, sporadici live paintings, affiancando alla propria esibizione un dj set per ribadire il legame stretto che intercorre tra l’intervento pittorico e il supporto sonoro.

Foto: archivio sognoelektra
by sognoelektra tutti i diritti riservati - copyright by Giovanni Ciucci - Pubblicato Giugno 2008

 
 
 
 
 
 
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